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CON FONI ARRIVA IL CATENACCIO

Si riparte con Alfredo Foni in panchina. L'ex interista è l'emblema del catenaccio all'italiana e cerca subito di imporre le sue idee. Viene naturalizzato Schiaffino. Si comincia bene, battendo Argentina e Germania, ma poi arriva la Yugoslavia e travolge gli azzurri. Il fondo è però ben lontano. Tanto che nel novembre del 1955, l'Italia si presenta a Budapest con due difensori all'attacco, perdendo partita e faccia. 

L'ennesima delusione, rendeva ormai improcrastinabile un mutamento deciso. Mutamento che passò attraverso l'assunzione di Alfredo Foni al posto di Czejzler. Foni, era stato il protagonista degli ultimi due scudetti interisti e, soprattutto, era l'interprete italiano di quel catenaccio che, pur non essendo stato inventato alle nostre latitudini, proprio da noi avrebbe trovato la sua sublimazione. Ma accanto al nuovo allenatore, non poteva non esserci l'ennesima Commissione Tecnica, formata stavolta da Marmo, Pasquale, Tentorio e Schiavio. A rendere del tutto necessario un cambio di marcia, era arrivato nel frattempo un gravissimo scandalo, quello che aveva interessato il Catania e che aveva portato alla luce un sistema di compravendita delle gare che metteva addirittura in dubbio l'intero sistema calcistico italiano. Il Catania, infatti, a differenza dell'Udinese che era stata condannata alla retrocessione nello stesso lasso di tempo per aver comprato i giocatori della Pro Patria, aveva escogitato un sistema innovativo, corrompendo l'arbitro Scaramella. In pratica, Scaramella era diventato un tesserato ombra del sodalizio etneo, ricevendo regolarmente soldi e facendo vincere in cambio le partite da lui arbitrate al club siciliano. Si arrivò addirittura a temere che un simile sistema potesse falsare i risultati della schedina del Totocalcio, cosa che avrebbe potuto avere gravissime ripercussioni sull'intero sistema sportivo italiano, ma poi lo scandalo rientrò parzialmente, in quanto le grandi folle di tifosi sembrarono convincersi che le falle del sistema riguardassero una minoranza deviata. 
La prima partita del dopo Mondiale, fu giocata contro l'Argentina e presentò una succosa novità, quella di Pepe Schiaffino. Il grande regista uruguagio, infatti, fu reclutato rispolverando la vecchia normativa che consentiva l'italianizzazione di coloro che avevano avi italiani. Nel caso di Schiaffino, fu trovato un nonno a Portofino e così l'Italia si ritrovò un regista di livello mondiale, che però, per indossare la maglia azzurra, pretese un vero e proprio contratto la cui clausola principale riguardava la moglie, la quale lo avrebbe seguito in ogni trasferta della Nazionale. L'inizio fu promettente. Impostata col catenaccio, l'Italia di Foni battè agevolmente l'Argentina di Grillo e Vernazza, per poi ripetersi contro il Belgio e, in trasferta, contro la Germania Ovest. Poi, però, arrivò la Yugoslavia a spazzare via ogni illusione. A Torino, gli slavi si imposero con un 4-0 che non poteva non ricordare l'analoga disfatta riportata anni prima con l'Inghilterra. Gli echi della disfatta furono enormi. "La Stampa" di Torino, tirò fuori un titolo estremamente sardonico, "I signorini dello 0-4", facendo un gioco di parole con il prefisso che all' epoca si usava per le comunicazioni interurbane e che connotava le signorine che dovevano essere consultate per il servizio, a corredo di un articolo di Pozzo, mentre l'intero mondo calcistico italiano tornò ad interrogarsi su quale potesse essere il modo per uscire dal cul de sac in cui la nostra massima selezione sembrava essersi infilata. Ormai, però, sembrava non esserci più fine alla crisi, anche perchè la mania dei tatticismi stava soffocando il nostro calcio. La riprova si ebbe il 27 novembre del 1955, quando l'Italia andò ad affrontare l'Ungheria al Nep Stadion, con un attacco composto da Montico, Segato e Bassetto, cioè due difensori e una mezzala. L'Italia si chiuse tutta nella sua metà campo, cercando di rintuzzare il continuo assalto di Puskas e compagni e, nel corso della gara solo una volta si affacciò nell'area avversaria, finendo non solo sconfitta per 2-0, ma anche oggetto di una salva di fischi senza fine del pubblico ungherese, che non aveva mai visto una spettacolo così indecoroso.             
   

BLOCCO O MOSAICO?

Il 1956 si apre con una grande vittoria sul Brasile, ma poi ritorna la confusione tecnica. Foni non si decide tra blocco e mosaico e la squadra non decolla. Arrivano le qualificazioni per i Mondiali. L'Italia è inserita in un girone con Portogallo e Irlanda del Nord. Batte 1-0 gli irlandesi, ma poi perde 3-0 a Lisbona. La partita con gli irlandesi, viene pareggiata 2-2, ma non conta per le qualificazioni in quanto arbitrata da un irlandese. 

Il 1955, si chiuse con una nuova vittoria sulla Germania Ovest, 2-1, che rendeva un poco meno amara l'annata. Si passava così al 1956, che si apriva con un botto fragoroso, il 3-0 rifilato al Brasile, con una doppietta di Virgili e autorete di De Sordi. Considerata la forza dell'avversario, il risultato sembrava indicare la direzione giusta a Foni, ma era soltanto l'ennesima illusione. Dopo questo trionfo, che faceva seguito al 2-0 rifilato alla Francia, la squadra azzurra andò in Sud America ove perse prima con l'Argentina, col minimo scarto, e poi con lo stesso Brasile, un 2-0 abbastanza netto che rappresentava un deciso passo indietro. Andò leggermente meglio nelle due partite che chiudevano l'annata, quelle con la Svizzera a Berna, nel quadro della Coppa Internazionale, pareggiata 1-1 e con la forte Austria, sempre per la Coppa Internazionale, vinta 2-1 grazie ad una doppietta del debuttante Longoni. Purtroppo, però, Foni non riusciva a decidersi e passava con grande disinvoltura dai blocchi (tra i quali il più affidabile sembrava quello della Fiorentina) ai mosaici, senza decidersi per una strada compiuta. E considerato che il 1957 era l'anno delle qualificazioni per i Mondiali svedesi del 1958, c'era poco da stare allegri.
In vista della massima competizione mondiale, infatti, l'Italia si era vista inserita in un girone non semplicissimo, insieme a Portogallo e Irlanda del Nord. La prima partita del girone fu giocata a Roma, contro i britannici e vinta con un risicato 1-0, frutto di una punizione di Cervato in apertura. Nei restanti ottantasette minuti, la nostra selezione produsse poco e dimostrò la grande confusione tecnica che ormai la distingueva. La delusione fu grossa, tanto da indurre Foni a cambiare tutto per la seconda partita, quella col Portogallo. Il rischio era grande, anche perchè la gara fu affrontata con cinque esordienti (Fontana, Posio, Bean, Pesaola e il vecchio Ghiggia, anche lui ingaggiato per l'occasione in qualità di oriundo) e infatti la partita coi lusitani si tramutò presto in una vera e propria rotta. L'Italia perse 3-0 e si ritrovò con la necessità di non fallire le gare rimanenti, pena la clamorosa esclusione dalla kermesse iridata. In pratica, all'Italia serviva almeno un pareggio con gli irlandesi e una vittoria col Portogallo. Il 4 dicembre, gli azzurri raggiunsero Belfast per la terza gara di qualificazione, ma nel prepartita arrivò un inconveniente inatteso: l'arbitro della partita, l'ungherese Szolt, fu bloccato a Londra dalla nebbia. Gli irlandesi proposero allora di giocare lo stesso, facendo arbitrare un certo Mitchell, irlandese naturalmente, ma la risposta italiana fu che la partita poteva anche essere giocata con Mitchell arbitro, ma non poteva valere per le qualificazioni. Fu ciò che avvenne: la partita fu derubricata a semplice amichevole e terminò 2-2, con reti di Ghiggia e Montuori, cui rispose una doppietta del piccolo e dinamico Cush. Era un risultato che sarebbe stato fondamentale per l'Italia, ma che invece non poteva valere ai fini della classifica. Sembrava solo un incidente di percorso, invece si sarebbe rivelato esiziale.               

FUORI DAI MONDIALI

L'Italia batte il Portogallo nella nebbia e si presenta alla gara decisiva di Belfast. Foni commette errori clamorosi e presenta una squadra improponibile. La partita si mette subito male e gli azzurri vanno sotto di due reti. Pivatelli si mangia un paio di reti e Ghiggia si fa espellere. A nulla vale la rete di Da Costa, che riapre le speranze: l'Irlanda vince 2-1 e l'Italia, per la prima ed unica volta nella sua storia, è fuori dalla fase finale dei Mondiali.

Rimanevano perciò da giocare le due partite fondamentali per il nostro futuro. L'incontro coi portoghesi fu giocato a San Siro il 22 dicembre del 1957 e vinto con un netto 3-0. Così almeno raccontano le cronache, visto che la partita fu giocata sotto una spessa coltre di nebbia che impediva di distinguere i giocatori dalle tribune. Le reti furono segnate dall'interno fiorentino Gratton (due) e da Gino Pivatelli e a nulla valsero le frementi proteste dei lusitani, costretti a giocare in condizioni infernali, cui non erano minimamente abituati. Il primo ostacolo, poteva perciò dirsi superato. Rimaneva a questo punto l'ultimo adempimento, quello con l'Irlanda: sarebbe bastato un pareggio, impresa non impossibile, per staccare il biglietto. Ancora una volta, però, Foni decise di rimettere mano alla formazione. Se contro il Portogallo si era affidato al blocco fiorentino (Cervato, Chiappella, Segato, Gratton e Montuori), contro gli irlandesi decise di confermarne solo due, Segato e Montuori, facendo esordire il mediano interista Invernizzi e il brasiliano della Roma, Da Costa. In pratica, il tecnico decise di affidarsi a difensori potenti, anche se poco agili, in modo da contrastare il gioco aereo degli avversari, accoppiandoli a centrocampisti e attaccanti agili e fini palleggiatori. Lo stridore era evidente e l'accoppiata rischiava di partorire un mostriciattolo, soprattutto in considerazione del fatto che in tal modo veniva a mancare potenza atletica, ma Foni non volle sentire ragioni. A rendere ancor più infuocata la vigilia, concorse la polemica imbastita dagli irlandesi a proposito dei nostri oriundi, che aveva il chiaro scopo di montare il clima esaltando al contempo i propri giocatori, stuzzicandone l'amor patrio. 
Purtroppo, la partita dimostrò subito che l'Italia di quel giorno era improponibile. I nostri attaccanti, si trovarono subito a malpartito, soprattutto quelli di scuola sudamericana che, non essendo dei cuor di leone, ogni volta che erano attaccati dai modesti, ma assatanati difensori avversari, perdevano regolarmente palla. Inoltre, gli irlandesi avevano in mediana un giocatore di classe superiore, quel Blanchflower che dirigeva ogni operazione con classe e potenza, smistando con grande senso del gioco ogni pallone a perfezione. All'Irlanda bastò così un gran primo tempo, per mettere al sicuro la qualificazione. Una sventola dalla media distanza di Mc Illroy sorprese infatti Bugatti, per poi essere bissata dal solito Cush, che sembrava avere un conto aperto con l'Italia. In mezzo, ci furono un paio di grandi occasioni mangiate da Pivatelli, che avrebbero potuto cambiare il corso del match. Nella ripresa, l'Italia avanzò decisamente il proprio raggio di azione, ma gli attacchi furono caratterizzati da frammentarietà e disordine. A complicare le cose, ci si mise anche Ghiggia, il quale reagì ad un fallo avversario facendosi buttar fuori. E proprio il duo uruguaiano, quel giorno, dimostrò i propri limiti: di Ghiggia, già si sapeva che quando la contesa si faceva al calor bianco tendeva a scomparire o ad innervosirsi, ma anche Schiaffino non si vide quasi mai, smentendo la grande fama che giustamente lo aveva sempre accompagnato. Una rete di Da Costa, brasiliano atipico che non aveva paura dei calci, riaccese la speranza, ma il 2-1 non cambiò più e l'Italia, per la prima e unica volta nella sua storia, si ritrovava fuori dalla fase finale dei Mondiali. Si confermava perciò il momento poco felice del nostro calcio e, soprattutto, il grande vuoto lasciato dalla sciagura di Superga.