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LA PRIMA GARA

Il 15 maggio 1910, la Nazionale italiana gioca la sua prima gara ufficiale contro la Francia, battendo i galletti per 6-2 di fronte ad 8.000 spettatori. L'ossatura della prima nazionale è targata Milano. Il 6 gennaio 1911, contro l'Ungheria, la selezione italiana indossa per la prima volta nella storia la canonica divisa azzurra.

Fu giocata all'Arena di Milano il 15 maggio 1910 contro i galletti francesi, di fronte a 8.000 persone. La squadra azzurra fece a meno dei giocatori della Pro Vercelli, la squadra più forte in quel momento, che erano stati squalificati per tutto l'anno e attinse a piene mani dalle squadre della città lombarda (otto giocatori tra Internazionale, Milan e Unione Sportiva Milanese, terza squadra meneghina che all'epoca era una potenza calcistica e che in seguito sarebbe scomparsa, unici forestieri Calì dell'Andrea Doria e i torinisti Capello e Debernardi), vincendo in scioltezza, con un 6-2 che non ammetteva recriminazioni della controparte, questo suo primo impegno. Dopo il brillante esordio, l'Italia fu chiamata ad un impegno molto più duro, contro l'Ungheria, una delle squadre più forti dell'epoca ed esponente di punta del calcio danubiano, per di più in trasferta, nell'ambito di una doppia sfida lanciata con molta presunzione dalla nostra Federazione. Il risultato della gara mise in mostra il gap che divideva il nostro calcio da quello dei paesi più evoluti: 6-1. Molto meglio andò il 6 gennaio del 1911, a campi invertiti. A Milano infatti i magiari passarono col minimo scarto. 
Nello stesso anno l'Italia giocò altre tre partite con la Francia (
2-2a Parigi) e la Svizzera (2-2 a Milano e 0-3 in trasferta), concludendo con un bilancio in chiaroscuro.
Proprio nella partita contro l'Ungheria del 6 gennaio 1911, giocata all'Arena Civica di Milano, si ebbe la storica adozione dell'azzurro da parte della Nazionale. Per dare alla squadra un simbolo che ne rappresentasse in modo degno il carattere nazionale, il presidente della Pro Vercelli suggerì alla Federazione di applicare sulle maglie bianche lo stemma sabaudo, aggiunta che fu integrata dall'adozione del colore azzurro sulle maglie, quell'azzurro che è il colore di fondo dello stesso stemma savoiardo. Nel frattempo l'attività della rappresentativa continuava, e una sorprendente sconfitta casalinga con la Francia, fece da preludio al primo impegno ufficiale dell'Italia, le Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Nel torneo olimpico l'Italia vinse solo una delle tre partite disputate (con la Svezia padrona di casa, battuta di fronte a 8.000 spettatori per 1-0, grazie ad una ottima prestazione difensiva) perdendo con Finlandia e Austria. i risultati non eclatanti colti in questo inizio erano la logica spiegazione del gap che ancora divideva il calcio giocato nel nostro paese (ove tra l'altro era ancora circoscritto alla parte settentrionale) da quello delle nazioni più evolute. Che in quel momento, in Europa, potevano essere considerate oltre all'Inghilterra, l'Austria, l'Ungheria e la Cecoslovacchia. Mentre dal Sudamerica le notizie frammentarie che filtravano facevano già presagire la fioritura del calcio platense e la rilevanza del movimento calcistico brasiliano.


L'AVVENTO DI POZZO

Il 1912 si chiude con una sconfitta con l'Austria, una delle migliori squadre dell'epoca. Ai giochi olimpici di Stoccolma, dove l'Italia viene eliminata dall'Austria avviene un fatto epocale: arriva un certo Vittorio Pozzo, l'uomo che segnerà l'epoca più bella del calcio italiano e porterà l'Italia alla doppietta mondiale degli anni '30. 

Il 1912 si chiuse il 22 dicembre con una nuova sconfitta contro la forte nazionale austriaca (3-1 a Genova) che del resto all'epoca era una delle migliori del Vecchio Continente e aveva plasmato il suo gioco unendo l'impostazione scozzese, fondata su rapidi passaggi con la palla radente, combinazioni geometriche e gioco veloce in profondità, alla tecnica, alla fantasia e alla visione di gioco dei propri rappresentanti. La miscela che ne risultava faceva dell'Austria una delle migliori rappresentanti del calcio danubiano che andava per la maggiore. Il 1913 si aprì il 12 gennaio con una nuova sconfitta con la Francia a Parigi, e proseguì col primo scontro della storia contro il Belgio, regolato a Torino col minimo scarto grazie ad una segnatura di Ara nella ripresa. Una nuova sconfitta con l'Austria, stavolta a Vienna (onorevole 0-2) dimostrò che nonostante i risultati non proprio eccezionali il calcio italiano andava migliorando la propria efficienza, proprio in virtù dello scambio di esperienze con scuole più evolute della nostra. Grosso problema di quel lasso di tempo, era rappresentato dal fatto che il nuovo gioco arrivato dall'Inghilterra, aveva attecchito in maniera formidabile al Nord, ma non altrettanto nel centrosud, per cui la base di praticanti continuava ad essere abbastanza risicata, impedendo il definitivo decollo del nostro movimento pedatorio. Dall'altro canto, proprio il confronto ormai in atto con esperienze più evolute, permetteva l'assimilazione di nuove tecniche di lavoro, che era la condizione indispensabile per poter a poco a poco portare il nostro calcio all'altezza di quello delle nazioni più forti.
Facendo un passo indietro, bisogna però ricordare una cosa che avrebbe assunto grande significato negli anni a venire, rivelandosi addirittura epocale. Ai giochi olimpici di Stoccolma era divenuto allenatore della selezione azzurra Vittorio Pozzo, l'uomo che avrebbe dato la sua impronta soprattutto al terzo decennio del secolo, quello delle grandi vittorie. Avendo passato un lungo periodo in Inghilterra, Pozzo aveva seguito il Manchester United, già allora una delle squadre di punta del poderoso movimento calcistico britannico, al fine di capire al meglio le tecniche che caratterizzavano il calcio inglese, sicuramente il più avanzato dell'epoca. Quando già aveva deciso di rimanere in quel paese, la famiglia lo richiamò in Italia per il matrimonio della sorella. L'Inghilterra perse un ottimo potenziale suddito di Sua Maestà, ma l'Italia guadagnò il futuro stratega delle due vittorie mondiali degli anni '30. Pozzo fu l'alfiere del Metodo, tecnica di gioco che reputava la più adatta per le caratteristiche dei nostri giocatori e la sua caratteristica più rilevante fu quella legata all'utilizzo di tecniche psicologiche che ebbero grande parte nei trionfi degli anni '30. Dai suoi giocatori pretendeva non solo doti tecniche rilevanti, ma anche doti caratteriali e comportamentali che potessero sopperire all'eventuale dislivello tecnico verso squadre più dotate. Fu proprio grazie a queste ultime che l'Italia riuscì a sovvertire il pronostico più di una volta e a diventare uno squadrone.

ARRIVA LA TEMPESTA

La cura Pozzo dà i primi risultati e il 1914 si chiude senza sconfitte. Il pareggio con la forte Austria conferma i progressi della squadra. Arriva la guerra mondiale e il calcio si ferma. Torna il calcio alla fine della guerra e funge da veicolo per la pacificazione tra uomini che si erano combattuti all'ultimo sangue. Verso le Olimpiadi di Anversa.

Sotto la guida di Pozzo, la nostra nazionale dette presto evidenti segnali di progresso, anche se non si poteva certo aspettare che il divario con le squadre più forti si azzerasse all'improvviso. A dare una sostanziosa mano ai vertici tecnici, contribuì anche la riorganizzazione del nostro calcio che, proprio in quegli anni, cominciava ad assumere gli aspetti che ne avrebbero favorito il grande boom a partire dalla seconda metà degli anni '20. Era ormai venuta allo scoperto la frattura che divideva i seguaci del professionismo, da coloro che intendevano invece continuare a perseguire l'ideale olimpico. E a questa frattura, se ne aggiungeva un'altra, tra coloro che intendevano allargare al massimo il campo delle partecipanti e chi invece riteneva fosse arrivato il momento di filtrare la partecipazione delle società, dividendole in fasce a seconda della forza espressa. Dallo scontro di queste tendenze, sarebbe emersa anni più tardi quella organizzazione rimasta poi sino ai tempi nostri.
Il 1914 fu un buon anno per la squadra azzurra, che riuscì a terminare la stagione senza subire sconfitte. Oltre ad un brillante pareggio con la forte Austria, vi furono due vittorie contro Francia (2-0 con reti di Berardo e Cevenini I) e Svizzera e un pareggio ancora con gli elvetici. I buoni progressi palesati dalla nostra squadra furono confermati anche nella sola gara, con la Svizzera, giocata nel 1915, vinta per 3-1 con una autorete elvetica e reti dei fratelli Cevenini. Dopo di che arrivò la Prima Guerra Mondiale a sospendere l'attività e i footballers italiani raggiunsero sui campi di battaglia quelli del Vecchio Continente che già da un anno erano stati chiamati ad usare le proprie peculiarità fisiche per cercare di scampare alla grande mattanza che sarebbe terminata soltanto tre anni più tardi. Molti di loro non sarebbero mai tornati in campo, chi ucciso, chi per le mutilazioni subite sul campo di battaglia.
Una volta finito il conflitto, anche il calcio fu chiamato a tornare al suo posto, fungendo da veicolo per la pacificazione di paesi che negli anni precedenti si erano combattuti in maniera spietata. La prima partita dell'Italia postbellica si ebbe nel 1920, ancora una volta con la Francia, ormai vera e propria vittima sacrificale, battuta con un netto 9-4 (doppietta di Cevenini III, tripletta di Aebi e Brezzi, rete di Carcano). Più importante del risultato, era il ritorno alla attività agonistica, segnale di un ritorno alla normalità lungamente atteso. Il resto dell'anno fugò però la gioia e le grandi aspettative destate da questa gara. L'Italia infatti perse prima contro la Svizzera con un netto 3-0 che non ammetteva repliche, per poi pareggiare solo nel finale, a Genova, contro la modesta selezione olandese nella gara che precedeva i giochi olimpici di Anversa.